Io credo che ogni uomo abbia due patrie; l'una è la sua personale, più vicina, e l'altra: l’Italia

(Henryk Sienkiewicz, premio Nobel per la letteratura 1905)

Chi ci difende dai difensori dell’italiano?

di Roberto Tartaglione

Difficile parlare delle scuole di italiano per stranieri

Scrivi un post sui social, ti lamenti che lo Stato supporta decine di attività in crisi per via della pandemia, sottolinei che fra quelle più colpite ci sono proprio queste scuole che lavorano esclusivamente con stranieri e che per loro non è previsto nessun tipo di sovvenzione e sotto ti arriva il commento: “Bene bravi! Dovete difenderla la nostra lingua che è la più bella del mondo (o a scelta: la più musicale del mondo / la quarta più studiata al mondo / la più difficile del mondo / la più dolce del mondo) perché ormai tutti usano troppe parole inglesi solo perché fa tanto cool!”

Succede pure che a volte uno si lasci andare a considerazioni tipo: “Le scuole d’italiano per stranieri rappresentano una risorsa nazionale per la promozione del turismo culturale: il MiBACT dovrebbe occuparsene e non lasciarle affondare in questo momento così difficile”.

 

Neanche finisci di dirlo che immediatamente ti rispondono: “È vero! È importante che ci sia qualcuno a difendere il povero congiuntivo malgrado oggi non lo usa più quasi nessuno (o a scelta: che è morto / che ce l’avevamo solo noi / che è tanto difficile ma tanto bello / che se uno lo sbaglia io gli tolgo il saluto).

 

A volte poi tenti di spiegare che cosa siano esattamente le scuole d’italiano per stranieri: non scuole così come si intendono comunemente, ma poli di attrazione per stranieri, adulti, che vengono in Italia per alcune settimane e che vogliono imparare l’italiano e conoscere questo paese in tutti i suoi aspetti culturali. E magari ti scappa un “A noi chi ci difende?”.

E lì sei spacciato perché si sa, un evasore fiscale, un killer, uno stragista può sempre trovare un’attenuante, ma davanti all’accusa di aver usato un pronome ridondante nemmeno l’Accademia della Crusca (ente notoriamente corrotto e libertino) riesce a difenderti.

Come se non bastassero i guai, come se non bastasse il fatto che non si riesce a trasmettere l’idea che le scuole d’italiano non fanno lezione d’inglese, come se non fosse sufficiente la difficoltà di spiegare che nessun Ministero è competente a occuparsi di questi misteriosi centri a cavallo fra l’istruzione e il turismo, fra i difensori della lingua compare oggi anche un’altra categoria, quella dei politicamente corretti duri e puri. Che se gli dici “Abbiamo bisogno di parlare con il ministro competente” ti depennano dalla lista delle persone meritevoli di attenzione per manifesto sessismo: perché ministro e non ministra? E se intendi dire “maschio o femmina per me è uguale” allora potresti scrivere ministr* o magari ministrə. Basta con queste espressioni del passato tipiche dell’epoca deə dinosaur*!

Sia chiaro: la questione anglismi in italiano, l’uso del congiuntivo, le ridondanze pronominali, il problema del sessismo linguistico, trattati seriamente e non per sentito dire, o peggio, con argomenti del tipo “a me (mi) suona brutto!”, sono temi che, come insegnanti di italiano a stranieri, ci interessano, ci toccano e a volte perfino ci divertono.

Ma se un medico sta affogando in un fiume in piena nessun salutista si metterebbe sul greto del fiume a declamargli le spettacolari proprietà battericide dell’aglio. E allora perché quando le scuole d’italiano chiedono, pretendono, esigono che sia data loro almeno la stessa attenzione che si dedica alle scuole-guida, arriva subito qualcuno ad ammorbarci con questioni bislacche come quella della peraltro correttissima formula “se andrei” (corredata possibilmente dall’immagine di Batman che schiaffeggia lo sfortunatissimo Robin il quale aveva solo introdotto un’interrogativa indiretta)?

Difficile parlare delle scuole di italiano per stranieri

 
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